La ‘cura Ludovico’ e lo stravolgimento della catarsi aristotelica

clockworkorange_al

Sono passati nove lustri dalla prima proiezione di Arancia Meccanica, da quando per la prima volta il diabolico luccichìo degli occhi di Alexander DeLarge ha sconvolto lo schermo. Un’espressione strafottente sulle labbra, increspate in una smorfia beffarda, silenziosa promessa di una violenza inaudita. Kubrick attraverso il cinema ha dato corpo e voce all’Alex cartaceo di Anthony Burgess, così come agli altri tre drughi, obbedienti compari di distruzione sotto l’egida sfrenata di Alex. E sulla scia di un’aggressività in parte innata e in parte indotta, ha inizio la turbinante discesa agli inferi di un personaggio estremo, che si muove con agghiacciante disinvoltura tra risse, furti e stupri, con il bastone in una mano e la crudeltà nell’altra. La vorticosa giostra dell’ultraviolenza giunge inarrestabile all’acme suprema, l’atto che rende Alex un omicida, tra una risata sghignazzante e un colpo mortale. Eppure nemmeno la condanna e il carcere riescono a scalfire la sua indole così intimamente corrotta, ma al contrario ne accentuano la falsità e l’ipocrisia. Anche da dietro le sbarre Alex non cessa di farsi beffe della società che ho ha rinchiuso, simulando un pentimento ed un’umiltà con cui trae in inganno il cappellano della prigione. La sfrontatezza di Alex è pari al suo godimento nel constatare la plausibilità della sua nuova immagine di sé, e di tale immagine decide di servirsi come espediente più efficace per uscire di prigione. L’anticamera della libertà è rappresentata solo da un processo rieducativo allo stadio sperimentale, che promette l’assoluta riabilitazione del detenuto dopo poche settimane. E così, tra le perplessità generali, Alex acconsente a fare da cavia umana per la cura Ludovico, trattamento con cui si induce il paziente – attraverso la visione di immagini e scene violente – a non ripetere più le azioni delittuose di cui si era già macchiato.

immagine_arancia-meccanica_20913

Il principio della cura Ludovico è quello di mettere il detenuto nelle condizioni di subire passivamente un input che vada ad annullare la propensione per la violenza. Per quanto questa idea di “cura” sia in parte una polemica ad un sistema carcerario, essa affonda la sua intima e corrotta essenza in una delle più antiche e gloriose espressioni del pensiero occidentale, il teatro greco, e in particolare la tragedia.

La concezione del teatro dei greci era diversa dal quella odierna. Il teatro greco era mimesi di una realtà che veniva imitata e problematizzata per catturare e ingannare lo spettatore con l’illusione scenica. Chi assisteva ad una tragedia a teatro era tutt’altro che un freddo contemplatore, anzi era pronto a ricevere un forte impatto emotivo, il pathos, che la tragedia produceva attraverso le vicende dei grandi eroi del mito, resi universali paradigmi della miseria umana. La prerogativa dell’eroe tragico è una profonda sofferenza scaturita dal divario tra la libertà e la necessità di un fato ineluttabile, contro cui invano il protagonista si dibatte, poichè è destinato a compiere il suo destino comunque decida di agire. Si è detto giustamente che “l’eroe tragico può scegliere liberamente ciò che necessariamente avviene”, ovvero un drammatico esito della sua storia. Il punto più alto del processo tragico è la catastrofe dell’eroe, la componente imprescindibile che permette ad una tragedia di portarsi a compimento. Ma non solo. Per l’uomo greco la visione di fatti catastrofici sulla scena aveva anche il valore di una specie di psicoterapia, un modo per esorcizzare gli avvenimenti tragici all’interno di un luogo controllato.

Aristotele nel trattato La Poetica era arrivato a teorizzare questo assunto attraverso il concetto di catarsi. Secondo Aristotele, la catarsi si compie quando lo spettatore inizia a partecipare emotivamente alle sventure dell’eroe, per cui prova un senso di pietà (eleos) che và di pari passo con la paura (phobos), derivata dal terrore che i drammi rappresentati sulla scena possano capitare anche a lui. Le passioni sono portate all’estremo della loro potenza, per poi venire risolte in una liberatoria e razionale spiegazione conclusiva della vicenda. Naturalmente per provocare questa forte reazione emotiva, le tragedie portano sotto gli occhi di tutti episodi estremi: storie di madri che smembrano i propri figli a mani nude, di uomini che perdono il senno, di figli fratelli del proprio padre, donne spietate, crudeli assassine. Nel teatro tragico sfilano immagini di parricidi, fratricidi, suicidi, matricidi e infanticidi che colpiscono per la loro violenza l’interiorità di chi guarda, anche grazie a reazioni psicofisiche. In questo modo il pubblico prova simpatia ed empatia nei confronti delle pene degli eroi tragici.Le pulsioni più oscure e negative dell’uomo trovano occasione di esprimersi, di essere portate al massimo della loro tensione per poi venire rilasciate in un liberatorio sbocco catartico.Sotto quest’ottica, il teatro diventava una sorta di grande terapia collettiva, a cui tutti dovevano partecipare. Si riteneva, infatti, che la fase catartica di eliminazione delle passioni negative favorisse l’armonia e la concordia nella polis, ed era la città stessa che pagava il biglietto a teatro a chi non poteva permetterselo. Il teatro, quindi, era un vero e proprio strumento di educazione (paideia), un esempio virtuoso di grande “terapia di gruppo” che passa attraverso le sanguinose e truci maglie della tragedia.

A questo punto è forse più chiara la matrice della cura Ludovico. Come nella tragedia, il paziente che si sottopone a questa terapia all’avanguardia dovrebbe uscirne come un cittadino modello, pronto a vivere in pace nella società dopo aver abbandonato il suo passato criminale. Si tratta di un ideale potenzialmente buono, ma profondamente distorto da un terribile strumento per portarlo a compimento. L’idea su cui si fonda è quella della rieducazione del detenuto per reinserire al più presto un invididuo violento nel tessuto sociale. Il Leitmotiv che lega la tragedia alla cura di Alex è sempre il concetto di educare a superare la violenza con immagini di violenza, ma è proprio su questo piano che si evidenziano in tutta la loro crudezza le discrepanze tra un paradigma nobile e un derivato pessimo. Se l’uomo greco assisteva ad una rappresentazione seduto a teatro con i suoi concittadini, rimanendo sempre libero di reagire in modo personale ed intimo alle scene che vedeva, per Alex non c’è modo di esercitare la propria volontà nel momento della cura. Legato in una camicia di forza e costretto a tenere gli occhi aperti, il paziente è obbligato ad assistere passivo suo malgrado, per quanto siano forti le sua urla e prepotente il suo malessere fisico. Una sofferenza che trova la sua ragion d’essere anche nella musica, la Nona Sinfonia di Beethoven, che viene utilizzata come palinsesto per le sequenze di violenza viste da Alex. Per Alex questo rappresenta il “fattore punitivo”, in quanto lui stesso ha una profonda passione per Beethoven. La musica classica è volutamente in contrasto con la barbarie del personaggio, ed è proprio questo un aspetto che ben riassume la personalità di Alex, nella profanazione di una musica alta ed elevata con un’inarrestabile depravazione. Vestito di un puro bianco, a richiamo di innocenza, si aggirava di notte come un dispensatore di distruzione, odio e morte trovando per contrasto linfa vitale nell’Inno alla Gioia, che esorta all’amore e alla concordia tra i popoli. La predilizione per il compositore è tutt’altro che causale, poichè la musica beethoveniana incarna una forza e una potenza viscerale, a tratti brutale, da cui il caro Alex traeva ispirazione per commettere i suoi delitti, in una sorta di malata catarsi. Arriva, tuttavia, il momento in cui quelle note sublimi vengono associate alla cura Ludovico per arrestare gli impulsi aggressivi del nostro drugo. Ormai il valore positivo della catarsi destritta da Aristotele viene meno per lasciare il posto ad un effetto simile ma con esito contrario: Alex subisce un sovraccaricamento di “ultra-violenza” senza che ci sia possibilità di sfogarla e quindi superarla.

In Arancia Meccanica si assiste grazie alla cura Ludovico ad un modello perverso di rieducazione, che diviene per chi delinque un’alternativa allo scontare una lunga pena proporzionata al suo crimine. Il risvolto contro cui si punta il dito è il carattere della rieducazione stessa, che in questo caso non è mai attiva, ma coatta. E’ proprio la costrizione a far sì che il metodo rieducativo non sia compreso ed interiorizzato, rivelandosi una grave violenza inflitta ad Alex, a cui si aggiunge la tortura fisica. Il concetto di rieducazione viene portato alle sue estreme conseguenze, tanto da far perdere di vista il suo scopo originario. L’obiettivo ora diventa “far diventare buoni i cattivi”, senza badare ai disastrosi esiti di una rieducazione forzata, che mina in modo indelebile anche la concezione ideologica della pena. Chi rieduca, quindi, commette una violenza pari se non superiore a quelle commesse da chi deve essere rieducato. Si mira ad inibire l’indole violenta di Alex, ad estirpare la delinquenza come se fosse un morbo contagioso; non è un caso che il periodo di riabilitazione avvenga in un centro medico, luogo inadatto ad un criminale della portata del “nostro affezionatissimo”, come osserva anche una guardia del carcere.

La controprova degli esiti disastrosi della rieducazione di Alex sono ben evidenti nel momento in cui si vede riaprire le porte della libertà dopo due settimane di cura Ludovico. In breve tempo subisce l’allontanamento da parte dei suoi genitori, l’aggressione dai suoi ex compagni drughi e da un branco di senzatetto, e la vendetta dell’uomo nella cui casa si era consumata una terribile violenza. Il trattamento che gli è stato imposto non gli permette di reagire, è obbligato in quanto perfetto modello di cittadino ad essere vittima. A lui, che ormai è rieducato e incapace di fare del male, si contrappone una società che non è stata rieducata, che anzi è violenta e desiderosa di vendicarsi. Un esito ben diverso rispetto all’ideale della grecità, in cui si puntava ad estendere gli effetti positivi dell’educazione a tutta la cittadinanza senza concentrarsi sul singolo. Nel momento in cui la violenza di Alex viene repressa da metodi inumani, lui non è nulla più che un burattino nelle mani di individui bramosi di macchiarsi le mani con il suo sangue. Quando in seguito la validità della cura Ludovico viene screditata pubblicamente, si assiste ad un ritorno dell’originaria identità violenta di Alex, che non solo viene riconosciuta ma anche giustificata dal potere politico, che si pone a garante del criminale. Viene meno il dualismo imprescindibile tra chi fa le leggi e chi le viola, tra chi dovrebbe assicurare la protezione della società e chi mira a sconvolgerla.

arancia-meccanica-4

La lezione del teatro greco e di Aristotele vede in Arancia Meccanica il frutto più perverso dei suoi princìpi, fondati da uno scopo educativo che non prescindeva mai dalla libertà di scelta. Un concetto che i sostenitori della cura Ludovico liquidano come un semplice sofismo, a fronte dell’accusa del prete che ricorda la sacralità del libero arbitrio, mettendo in guardia dalle conseguenze morali derivate dal costringere un uomo a non essere più se stesso e a non esercitare la propria volontà. Nella cura Ludovico è riassunto l’abbruttimento morale in cui si può sfociare pur puntando al fine ideale di una società armonica, un ideale stuprato da un metodo aberrante figlio di un mondo malato, che genera, impartisce e infine legittima la violenza gratuita. E in questa prospettiva rovesciata di una visione utopica, ecco che risuonano le ultime parole della pellicola, acquistando a pieno il loro valore più morboso e sconvolgente. “Ero guarito. Eccome”.

Chiara Rizzatti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...